Uno dei dischi underground più sottovalutati di sempre. I Pantheist salgono agli onori delle cronache nel 2003, anno d’uscita di “O Solitude”, album che abbaglia schiere di appassionati, i quali fin da subito eleggono la band belga degna prosecutrice del sentiero tracciato anni prima da nomi come Thergothon, Skepticism ed Esoteric. Il 2005 è l’anno di “Amartia”, altro esempio di funereo doom metal giocato su tempi catatonici, tuttavia meno ispirato dell’esordio. Poi, la follia. “Journey Through Lands Unknown” tiene fede al titolo e s’inoltra in territori impensabili fino a poco prima: il doom viene corroso da accelerazioni death/thrash metal (e fin qui…), ma ancor più rimarchevoli sono le continue proliferazioni di scale greche e mediorientali, suoni d’organo Hammond e Theremin, fraseggi pianistici, strutture che attingono a piene mani dal progressive anni Settanta (cfr. “Dum Spiro Despero”, riff anni Settanta virato doom a sua volta assorto in esotismi psichedelici). Costruzioni così bizzarre solo gli Aarni sono state in grado di pensarle; qui forse non si raggiunge quel sentore di pazzia, ma il senso di disinvolto eclettismo è notevole. Un capolavoro non compreso neppure dagli stessi fan del gruppo, eppure fra i più creativi dell’intero metal estremo dell’ultimo decennio.
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